Vesuvio life : Una Città in festa, per un capolavoro di fine d'anno

Pubblicato il 25 marzo 2024 alle ore 23:32

  Di Luigi Falco 

 

  Quest'oggi voglio condividere con i lettori del mio Blog, il viaggio che, attraverso la strada tangenziale di Napoli, mi ha condotto in uno dei luoghi più antichi e suggestivi dellla città. Infatti, come da programma, sono giunto al Museo di Capodimonte. Dopo un aromatico caffè, consumato all'esterno delle mura della Reggia, sono entrato lungo un viale alberato di palme , ai rispettivi lati c'èra un'estesa radura d'erba e tante margherite disseminate ovunque. Sulle panchine avevano trovato posto turisti e residenti, il sole, oltre all'intensità della sua luce, emanava un caldo che sembrava avesse anticipato la stagione estiva. Non ero là, né per il sole, né per visitare la collezione di opere antiche collocate all'interno dello storico palazzo borbonico. Piuttosto, cercavo il " Cellaio". Ma prima di trovarlo, ho dovuto chiedere al personale che gestisce la manutenzione del giardino cosa significasse e come avrei potuto raggiungere questo insolito luogo, da me sconosciuto. In realtà si trattava di un antico fabbricato, un tempo adibito a deposito per alimenti , situato all'interno di un ampio parco le cui dimensioni sono il doppio dello Stato Vaticano. Là, dopo un lungo cammino, tra alberi di leccio, e statue ghigliottinate, sono giunto nel sito indicatomi per visitare un 'importante mostra  fotografica. Il tema era incentrato sul Vesuvio e le città del Golfo, su cui l' antico vulcano detiene una vasta area, intorno alla quale sono contrassegnati i suoi confini. L'autore dei lavori della mostra era Mario Amura. Non è la prima volta che riscontro un interesse molto sentito verso il campo artistico proveniente da professionisti, che nella vita sono giuristi, medici, letterati o come lo stesso re d'Inghilterra. Infatti, Mario Amura è laureato in diritto internazionale. Ha iniziato ad occuparsi di fotografia e di regia. Ha firmato lavori importanti che lo hanno segnalato soprattutto per il suo talento innato. Entrando nelle sale della mostra, ho avuto tra le prime impressioni quella di trovarmi all'interno di un disco bar. Luci soffuse poste dietro ogni angolo, ma soprattutto non c èra una sola foto in bianco e nero o qualcosa di simile che rinviasse ad un lavoro fotografico tradizionalmente inteso. C èrano, invece, dei grandi pannelli luminosi, la cui luce proveniva dall'interno, non da fonti esterne. Emergevano da essi colori molto vivi, vortici di linee, e segni indistinti che esprimevano : ritmo, armonia interna e producevano attrazione e fascino al tempo stesso. L'impressione era quella di trovarsi dinanzi a dei capolavori del futurismo, dell' astrattismo o catapultati nelle atmosfere dei campi di Van Gogh. Questi effetti erano il risultato di una manipolazione della macchina fotografica durante i tempi di ripresa che dovevano registrare un susseguirsi ripetuto di movimenti. Mario Amura ha raccontato in una sua intervista di aver realizzato insieme ad alcuni suoi  amici, innumerevoli foto dal Monte Faito, poco distante da Napoli, nelle ultime ore del Capodanno. Allo scoccare della mezzanotte, da quell'altezza, è possibile assistere ad uno spettacolo incantevole del Golfo di Napoli, con le città prospicienti al mare, mentre tutt'intorno, i fuochi di artificio, alternano bagliori di luce con un ritmo incalzante di spari che rendono protagoniste inconsapevoli molte persone di un'azione creativa che si svolge . Infatti, le opere in mostra, riproducono momenti reali, dove l'azione dell'uomo, quella del fuoco, lo strumento digitale di una macchina, nelle mani di un bravo artista manipolatore, trasformano momenti di gioia collettiva in emozioni permanenti che l'arte fotografica riesce a tramandare. 


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