Simboli e modelli di religiosità visti nelle tracce millenarie della storia

Pubblicato il 6 settembre 2024 alle ore 12:06

Di Luigi Falco 

Madonna delle Grazie, sculture lignee attribuite allo scultore Giacomo Colombo.

Statue collocate nelle seguenti località : 1 Mugnano del Cardinale. 2 Montecorvino Rovella. 3 Baiano. 4 Avella. 

 

Tutti noi conosciamo la funzione attribuita ad un manufatto artistico realizzato da mano umana, che il più delle volte assume un valore simbolico, soprattutto se associato al mondo esteriore che lo trascende o a quello interiore con cui riesce facilmente ad identificarsi. Un dipinto, una scultura persino una foto possono contribuire in questa mediazione ad accorciare le distanze tra desiderio ed oggetto desiderato . Il simbolismo, considerato da sempre un linguaggio parallelo, tanto nell'arte, quanto  nella letteratura, riesce  per questo ad esercitare tale  funzione di rimando ricongiungendo visioni lontane nel tempo, con la realtà  presente. Il tema del sacro è antico quanto il mondo, in alcune società, ancora oggi, sembra che esso abbia  la stessa valenza che si attribuisce per le  scelte politiche. In questo spazio ci occuperemo in modo particolare di aspetti legati alla sacralità come valore di riconoscimento collettivo, che sin nel passato, in diverse civiltà, hanno condizionato consuetudini di vita privata con quella pubblica, dove simboli e riti si trasformavano in punti di unificazione sociale.  Tutto ciò, per ragioni divulgative , sarà analizzato in una  sintesi argomentativa, considerando il contesto storico, artistico, culturale  e conservativo di opere utilizzate ancora oggi con questa medesima visione. Infatti, nell' Ottocento nasce la teoria sociologica del sacro, che considera il tema religioso come fenomeno sociale. Julien Ries, in una suo libro : " Il Sacro nella storia religiosa dell'umanità",  identifica le articolazioni fondamentali del fenomeno religioso  collegandolo all'universo mentale dell'homo religiosu. In ambito cristiano, sia la ricerca del sacro che gli elementi simbolici ispirati ai suoi modelli di riferimento, trovano una risposta definitiva nel Vecchio Testamento nel Capitolo (3,1) agli Ebrei, dove Mosè, sul Sinai riceve da Dio  una normativa chiara circa il rapporto tra Divinità e  mondo naturale, per lungo tempo idolatrato sia da altre civiltà che dal suo Popolo. Ed è al  capitolo 31 dello stesso libro  che nasce un concetto nuovo dello spazio fisico, considerato luogo d'incontro con Dio, mediante il culto e la preghiera. Sarà Dio stesso a comunicare a Mosè la planimetria, gli arredi, la loro costruzione, figure, decori e l'artista da Lui ispirato che sarà in grado di realizzare ogni cosa. Infatti, Dio così parlò : "Vedi, io ho chiamato per nome Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Ur, della tribù di Giuda;  l’ho riempito dello spirito di Dio, di abilità, di intendimento e di conoscenza per ogni sorta di lavori, per concepire opere d’arte, per lavorare l’oro, l’argento e il rame, per incidere pietre da incastonare, per scolpire il legno, per eseguire ogni sorta di lavori.Questo modello in seguito sarà ripreso per la costruzione del Tempio di Gerusalemme ed assunto quale motivo ispiratore per le la costruzione delle Chiese cristiane primitive, appena dopo la divulgazione del messaggio Evangelico. La forza di suggestione delle immagini nell'arte, ha prodotto anche un fenomeno culturale, che in Europa ha avuto la sua massima espressione. Per questo motivo nasce il problema della conservazione del bene artistico, riconosciuto sia per il suo valore culturale - religioso, che per la sua fruizione pubblica. Come avviene per un corpo biologico, così i supporti utilizzati per la realizzazione delle opere d'Arte possono con il tempo " ammalarsi" cioè presentare problemi che alterano la natura dei materiali costituenti,  compromettendo la loro originaria realizzazione. In passato c èra chi faceva ricorso a dei rimedi sperimentali, per affrontare tali  problemi. In altri casi i manufatti  potevano essere rimaneggiati , sostituiti o persino distrutti. Uno degli esempi più clamorosi è avvenuto a Napoli sia nella Chiesa di S. Chiara  intorno alla metà del 700, che al Castello Angioino, dove interi dipinti murali  eseguiti da Giotto, furono in larga parte distrutti, per sovrapporre opere più recenti in linea con il gusto del tempo. Da questa premessa vorrei sottolineare l'importanza che ebbero in passato le immagini votive nell'ambito cristiano, in quella terra tanto ambita dai colonizzatori etruschi e romani, quale è l'attuale Campania. La religione si sà non è soltanto ricerca spirituale operata da alcuni individui destinata ad una visione più circoscritta. Nella storia notiamo che essa si è trasformata sempre più in un fenomeno politico. Si pensi al  caso dell' Imperatore romano Costantino I e Carlo Magno, i quali contribuirono molto nell'opera divulgazione del messaggio cristiano tra i popoli loro sottomessi, reduci da un paganesimo millenario. L' Europa, diventa con il tempo : un centro propulsore di cultura e spiritualità e nel V sec. larga parte degli abitanti delle principali nazioni si convertirono ad una nuova visione religiosa. Pur tuttavia, gli interessi politici, di espansionismo e le lotte di supremazia tra i vari governi, resero il clima tutt'altro che cristiano. L'Italia fu particolarmente attenzionata e non pochi furono coloro che a vario titolo pretesero di occuparla. Questo problema ebbe sul territorio Campano una particolare ripercussione, tanto che a partire dall'alto medioevo diversi territori furono scelti per ricoprire una particolare funzione strategica di controllo. Tra questi fu riconfermato il territorio di Avella, dopo l'occupazione romana. Sorse, così, un fortino con torre a vista e mura recintate, visibili ancora oggi, come punto di avvistamento per il controllo da intrusioni nemiche e difesa per gli abitanti del feudo. Più a valle esisteva un'altra recinzione, con un'ampia porta con arco ad ogiva, anch'essa visibile ed inglobata tra le costruzioni edificate in tempi successivi, dove supponiamo, al primo segnale di pericolo, gli abitanti del borgo riuscivano per tempo a trovare un primo punto di riparo. Attraverso questo passaggio, troviamo gli elementi per occuparci di una questione che non è attinente né al tema della sicurezza, tanto meno a quello politico. In questo piccolo lembo di terra nasce una storia di fede , a rendercela manifesta è l'arte e la pietà popolare. Molto probabilmente, all'interno di questa prima cinta doveva esserci una cappella votiva, una costruzione rurale e all'interno un dipinto di stile medioevale a rincuorare il passaggio di passanti ed  occasionali devoti. Molti anni fa, incontrai uno  storico locale tutt'ora in vita, al quale posi la domanda sulle origini di quel luogo, dove  con il tempo si è trasformato in centro abitato, con un' imponente costruzione adibita a luogo  di culto. Ottenni quale risposta che ad introdurre la prima devozione verso l'immagine mariana, là effigiata era stata una nobil donna Provenzale, che dimorava nella parte alta della collina del  castello. In Provenza si sviluppò, in età medievale, una civiltà raffinata, che si irradiò in gran parte d'Europa e che conobbe il suo apice  a cavallo fra il XII e il XIII secolo. All'epoca la sua importanza fu tale da essere spesso citata da molti autori, come ad esempio da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Ma da questa regione del sud della Francia, traggono origine gli Angioini. Infatti, essi sono Francesi provenienti dalle contee di Maine e Anjou e dal ducato di Povenza. Carlo I d'Angiò, figlio secondogenito di Luigi VIII re di Francia, nel 1266 è incoronato primo re di Napoli della Casa d'Angiò, dopo la vittoriosa battaglia di Benevento. Questo dettaglio storico rivela che questa famiglia, una volta stabilitasi nella città partenopea, diede vita intorno a sé ad un fermento culturale, tale da attirare  nella sua corte artisti già noti in quel tempo, in Toscana e nel Lazio. Uno dei membri della famiglia, Filippo, Principe di Taranto e fratello del re, commissionò, ad un artista aretino, Montano d'Arezzo, il quadro della Madonna di Montevergine, tutt'ora custodito nella storica Abbazia. Per ritornare nel recinto medioevale di Avella, dove l'antica devozione mariana già presente da più tempo ed  ancora oggi molto diffusa, non è esclusa l'ipotesi che l'edicola fosse stata inglobata all'interno di una piccola cappella che fu ampliata e più volte ricostruita a causa degli eventi sismici che hanno interessato l'intero circondario nei secoli passati. Sicuramente, sino a quando non furono create le condizioni logistiche e cambiate le disposizioni liturgiche  per l'adozione di nuovi simboli religiosi , non c èra un simulacro mariano, cioè una scultura, ma un dipinto, che dovette subire l'usura del tempo. Ma osservando oltre, si scopre che anche nelle chiese più importanti di tutta la zona circostante, sugli altari principali non esistevano statue, ma dipinti realizzati su diversi supporti : calce, legno, tela. A confermare questa lettura esistono testimonianze molto antiche presenti sia a Mugnano che ad Avella. Presso la località di S. Pietro a Cesarano, prima che venisse affidata ai Padri Pii Operai tra il 600 e 700 esisteva una chiesa rupestre risalente al V sec. che aveva un piccolo altare e al di sopra un dipinto riproducente gli Apostoli Pietro e Paolo. Ad Avella, invece, presso le grotte naturali che si trovano a ridosso del grande appennino Campano, sono evidenti testimonianze di arte cristiana risalenti all ' XI - XII sec. Anche qui esiste un antico altare affrescato con l' immagine di S. Michele, ma non è visibile da quando intorno al 1700 fu costruito quello barocco  con tre archi aperti per lato, all'interno fu collocata una scultura copia del Sansovino venerata al Gargano, riproducente l' Arcangelo Michele, che Domina sul male. Nella Chiesa Collegiata, nel Convento di Avella l'impostazione è sempre la stessa, nelle altre parrocchie ci saranno dei cambiamenti solo a partire dal 1800. Le Chiese di Sirignano, Quadrelle hanno conservato la classica collocazione della pala d'altare come immagine di riferimento per la devozione popolare, ma solo più avanti entrano in scena statue settecentesche ed ottocentesche. A Mugnano l'antica chiesa parrocchiale continua a custodire il grande dipinto raffigurante l'Annunciazione posto a ridosso della parete dell'altare maggiore. La vicina chiesa sorta verso la fine del 600, dedicata a Maria S. S. delle Grazie, in origine non aveva la statua che oggi ammiriamo, ma un dipinto di stile rinascimentale con ai lati due Santi raffiguranti S. Sebastiano e S. Guglielmo. Nella Chiesa dedicata a S. Liberatore, poco distante, non era molto diverso, dove nel 1766 fu realizzato dal pittore Angelo Mozzillo una bellissima pala d'altare raffigurante : la Madonna del Carmine ed ai lati il Vescovo S. Liberatore e S. Gennaro. Sul finire del secolo, il dipinto fu rimosso e venne sostituito da una statua lignea di fattura ottocentesca, che riprende la linea barocca di quella presente nell'attuale Santuario. Nei più importanti Santuari della Campania, la consuetudine era pressoché la stessa, rispetto ai paesi dell'entroterra. Si pensi al Santuario di Montevergine, la Basilica del Carmine di Napoli, il Santuario della Madonna dell'arco. Quest'ultimo caso mostra come un'edicola, un tempo situata lungo un tratto di strada pubblica, successivamente venga collocata all'interno di un contesto architettonico più imponente, rispondente ad una diversa esigenza di culto. In tutte le chiese sopra menzionate non risulta l'esistenza di simulacri più antichi di quelli attualmente conosciuti, fatta eccezione per l'abbazia di Montevergine, che custodisce la vecchia tavola raffigurante la Vergine che allatta il suo bambino del Sec. XII, dipinta da un certo Gualtieri, seguace di S. Guglielmo e custodita all'interno della struttura monastica. Da questo periodo in poi si può supporre che, per la buona reputazione che godeva il Santo monaco di Vercelli , gli abitanti delle aree situate intorno al monte Partenio, iniziassero ad orientare la loro devozione verso quella immagine e replicarla in altre simili versioni. Però, la tradizione della Vergine del latte è molto più remota. Infatti, la raffigurazione della Madonna, nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta " Virgo lactans", è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini remote e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; in Italia si è diffusa poco per volta, diramandosi sino a Sud. Le fonti che esaltano questo modello iconografico, si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo. Tra il ‘300 e il ‘400 periodo tardo medioevale, si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana, grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile, ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo, ma soprattutto della grazia di Dio che, attraverso di essa, fluiva verso gli uomini . La rappresentazione della Madonna lactans ebbe, quindi, la massima fioritura da questo secolo, fino all’età conciliare, quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo, per essere sostituita da altre tipologie raffigurative. Questa necessaria chiarificazione, storica può risultare utile per comprendere : il perché tra Avella ed il suo circondario troviamo una devozione mariana largamente diffusa, che ha in tale scelta un comune denominatore . Molto probabilmente essa trae origine proprio dal Partenio e sorta in modo spontaneo anche ad  Avella. E qui, lungo il dorsale appeninico, viandanti e Pellegrini utilizzavano i percorsi boschivi, per raggiungere il primitivo Santuario mariano costruito da S. Guglielmo. Se è vero che si sono perse le tracce di qualsiasi raffigurazione riferita ai periodi storici precedenti , tuttavia esiste ad Avella un'opera pregevole della Vergine del latte o ( Virgo lactans) poco conosciuta sotto questo titolo e poco valorizzata, come essa appare nella sua scarna collocazione presso le Grotte di S. Michele, probabilmente la più antica di tutta l'area territoriale. La seconda è un'opera su tavola ed è collocata nella Chiesa Parrocchiale di S. Romano. Infatti, l'immagine risulta dai documenti già presente dal 1586 , alcuni  l'hanno impropriamente attribuita ad un pittore toscano, un certo Grazio di Leonardo, di Pistoia, che era da tempo già deceduto. Ciò fece nascere tra coloro, poco avvezzi alla ricerca storica ed artistica, la convinzione che l'opera fosse stata realizzata da lui o solo per assonanza da Leonardo da Vinci, anch'egli già scomparso nel primo ventennio del 500. Questo dipinto mostra : la Vergine assisa su delle nubi che porge visibilmente il seno destro, mentre trattiene da un lato con il braccio il suo bambino. È interessante notare ancora, come questa immagine, nel suo schema compositivo, dai colori e persino dalla fisionomia dei principali protagonisti, risulta molto simile a quella che si trova effigiata nel primo dipinto collocato a sinistra nella Chiesa del Convento francescano di questa cittadina. La tavola, in origine, era stata posizionata sull'altare maggiore della chiesa Parrocchiale, all'interno di una spessa cornice modanata ed intagliata , poi rimossa in seguito ad un rifacimento di tutta la Chiesa, avvenuto nella prima metà dell'800. Più avanti, nei secoli successivi, con la diffusione della devozione popolare, si avverti l'esigenza di celebrare in luogo esterno, con note di folklore, feste in cui la comunità ed i centri urbani fossero stati coinvolti e richiamati da un simbolo di riferimento. Ecco che le pale d'altare iniziano ad essere rimosse e sostituite con statue pregevoli funzionali ad un nuovo utilizzo. La foto in copertina è un esempio molto singolare di statue che in seguito furono realizzate , che riproducono la Vergine del latte, che muterà il titolo in " Maria S. S. Delle Grazie. Esistono tra queste sculture delle comuni analogie : il soggetto, il titolo, l'uso dei colori, lo stile, il duplicato, forse l'autore. Sicuramente i fedeli che onoravano questa effige pensarono di amplificare sempre di più il valore di questa devozione che trovò tra i principali sostenitori gli Avellani e gli abitanti dei paesi confinanti. Probabilmente il luogo di origine, là dove sorgeva la chiesa più antica di Avella, fu oggetto di ampliamenti e rifacimenti nel corso dei secoli, come si può riscontrare da una vecchia foto in cui lo stile della facciata, un ibrido di neoclassico e gotico, riprendono lo stile diffusosi tra il 1840 e 70 che divenne in Europa, un revival che caratterizzò sia l'architettura privata, che quella pubblica, come nel caso della costruzione del Parlamento inglese con annessa torre dell'orologio . Infine, c'è l'ultima versione che risale al periodo post bellico del secolo scorso fruibile ancora oggi. Probabilmente nel primo 700 tra i lavori edilizi resi necessari, si pensò di commissionare anche una scultura in legno, che riprendesse i tratti della vecchia icona dipinta sulla parete, forse molto compromessa. Già in quel periodo erano fiorenti a Napoli botteghe d'arte che erano impegnate a soddisfare le molteplici richieste che provenivano sia dalla committenza ecclesiastica, che da quella privata. Forse, qualche nobile famiglia Avellana dovette procurarsi qualche buona referenza per raggiungere la Capitale del Regno e trattare personalmente la questione con il titolare dello studio in cui sarebbe stata finalmente raffigurata un'immagine mariana molto più vicina alla sensibilità dei suoi futuri devoti. Le ipotesi, ci conducono verso l'autore, che, da un confronto stilistico con le immagini sopra riportate, propendono verso Giacomo Colombo, artista prolifico di origini venete, ma connaturatosi a Napoli per ragioni di lavoro. Per comprendere più da vicino quale fu il suo coinvolgimento all'interno di una rete di committenti che lo condusse da Napoli sul versante Irpino, è importante tener presente un arco cronologico importante per la sua affermazione. Egli nacque in provincia di Padova nel 1663. Giunse per la prima volta a Napoli nel 1678. Dopo un lungo apprendistato in cui rivelò la sua grande versatilità artistica, nel 1689 realizzò un Crocifisso per la Chiesa di S. Pietro in Cava dei Tirreni, che datò e firmò. Nello stesso anno entrò nella Corporazione dei pittori, dove si era ammessi solo dopo aver presentato opere di rilievo. Nel 1701 fu eletto prefetto della medesima Corporazione. Come è riportato in alcuni documenti dell' Archivio di Stato di  Napoli, firmati da Matteo Grimaldi nel 1712, il Colombo con la crescente richiesta di lavoro, dovette organizzare la sua attività con un'impostazione imprenditoriale circondandosi di valenti collaboratori ai quali affidava l'esecuzione dei suoi progetti. Così dalla fine del 1601 al 1727/28 le sue opere raggiunsero tutte le province del Vice Regno napoletano, alcune esportate anche in Spagna intorno al 1698. In questo periodo si può supporre la realizzazione della statua lignea che alcuni anni dopo fu trasportata nella Chiesa di Mugnano del Cardinale e alla quale venne assegnato il titolo di Maria S. S. Delle Grazie. Questa scultura, in particolare, risente molto dell'influsso barocco in voga in quel tempo, per il suo movimento dinamico a spirale, all'interno del quale la figura lascia andare parte del suo mantello che la ricopre. Si potrebbe dire che questo lavoro dovette creare un precedente, che attirò verso la bottega del Colombo un numero crescente di committenti. Non è da escludere, come avvenne nel primo decennio del 700 che un artista quale fu Nicola Malinconico operò sia per la realizzazione del soffitto della Chiesa di Maria S. S. Delle Grazie che per la pala d'altare della Collegiata di Avella, abbia fatto nascere nei rispettivi paesi un forte desiderio di emulazione. Così, la statua di Avella, come vedremo più avanti da un'analisi comparata, potrebbe essere stata commissionata allo stesso autore agli inizi del 1700. Questa ipotesi è suffragata da due elementi non trascurabili, il primo da una copia pedissequa dello stesso modello Avellano collocato nella Chiesa dei Santi Apostoli di Baiano datata 1727, quando alcune località del circondario, oltre ad essere feudi di Avella, mutuavano il culto verso i loro Patroni. Il secondo elemento è legato ad un lavoro di scultura che il Colombo esegui nel 1726 per un Convento spagnolo. Ciò sta a significare che in quel periodo Artista e bottega erano ancora attivi e non avrebbero avuto alcuna difficoltà ad eseguire delle repliche come ciò avvenne anche per l'opera di Mugnano di cui si trova un modello similare nel Comune salernitano di Monte Corvino Rovella. Le foto in alto ci mostrano le 4 versioni della Vergine attribuite a G. Colombo. La prima immagine è riferita a quella che si trova nel Santuario di Mugnano del Cardinale, la seconda, invece, è collocata nella parrocchia di Monte Corvino Rovella, la terza nella chiesa dei Santi Apostoli di Baiano, la quarta nella chiesa parrocchiale di S. Marina di Avella. Le prime due statue sono state concepite secondo lo stile del primo periodo barocco, la loro postura appare molto più articolata. Le seconde rientrano nel secondo periodo che va dal 1700 al 1750. Esse appaiono più statiche e riprendono lo stile presente nelle sculture romane. Tutte e quattro le sculture mostrano lo sguardo della Vergine da destra verso sinistra, come il seno che fuoriesce da una piega del vestito dal lato sinistro. Il bambino sporge il braccio destro, i colori sono molto simili, in particolare la tunica della Madonna presenta delle tonalità di rosso corallo e dei decori floreali dorati anch'essi presenti su ciascuna versione. Riguardo all' esecuzione del restauro, in questo caso, vanno fatti alcuni rilievi dopo aver stabilito il significato culturale che assume tale operazione in un'ottica conservativa. Nel caso della statua di Avella, si noti l'approssimazione e l'imperizia della mano che è stata autorizzata a sminuire il valore estetico per molto tempo apprezzato anche da persone comuni e la differenza tra il modello di Baiano per la sua evidente pregevolezza ed effetto espressivo. 

 

 

Virgo lactans o Madonna di S. Guglielmo. Sec. XII Abbazia di Montevergine. A destra dipinto murale della Vergine che presenta caratteristiche analoghe al primo, soprattutto il disegno del seno e la postura della mano. ( Grotte di S. Michele di Avella). I decori, visibili nelle foto  successive, ci offrono un'indicazione del grado sociale a cui il soggetto rappresentato era stato associato. Entrambi i dipinti sono ascivibili ai Sec. XII - XIII per  questo potrebbero essere coevi.

 

A sinistra particolare del braccio della statua della Madonna delle grazie di Mugnano, a destra quello di Avella. Si noti anche qui l'uso analogo dei colori ed i motivi dei decori utilizzati presenti su i rispettivi vestiti. 


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Commenti

Franca
un anno fa

Sei un pozzo di conoscenze
Straordinario nell esposizione
nell ordine cronologico temporale degli eventi storici
Complimenti per il grande contributo che lasci alla città del
Baianese

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