Di Luigi Falco
La prevaricazione del potere nasce quando l’autorità — politica, religiosa, culturale — smette di essere strumento di tutela e diventa meccanismo di dominio. In questo passaggio, spesso impercettibile ma profondissimo, il potere smette di proteggere la dignità della persona e inizia a modellare l’individuo secondo logiche di controllo, paura e subordinazione. Le conseguenze sulla vita dell’uomo sono molteplici: la perdita della libertà interiore, l’impossibilità di autodeterminarsi, la frattura dell’identità e del senso di appartenenza alla comunità umana. L’essere umano, invece di fiorire, viene costretto a sopravvivere in un perenne stato di compressione morale ed emotiva.
Quando a esercitare questa prevaricazione è un’ideologia religiosa distorta, che pretende di sublimare la vita spirituale negando quella concreta e terrena, nasce una contraddizione radicale: ciò che dovrebbe nutrire la vita si trasforma in cultura della morte. I dogmi vengono utilizzati come armi, non come vie di elevazione.
La sacralità dell’esistenza umana diventa un concetto astratto, mentre nella realtà si procede alla repressione di diritti fondamentali, incluso quello di affermare la propria identità, il proprio essere, la propria voce. In questo modo, la religione — qualunque religione — rischia di smarrire la sua funzione originaria di apertura e incontro, diventando invece un sistema chiuso, incapace di guardare al volto concreto dell'altro.
Lo ha ricordato di recente il Cardinale di Napoli Domenico Battaglia esordendo in un intervento rivoluzionario presso la Facoltà Teologica di Capodimonte alla presenza del Capo dello Stato il Presidente Sergio Mattarella e di tutto in consesso Accademico riunitosi per l'apertura del nuovo anno di studi. Senza esitazioni e con un crudo realismo pastorale ha ricordato a tutti il significato della missione culturale della Chiesa, meno astratta e dal respiro universale. Infatti, egli si è così espresso in alcuni passaggi del suo intervento ufficiale.
“Una Chiesa neutrale è una Chiesa infedele al proprio Dio. Una Chiesa che tace di fronte alla corruzione, alla violenza, alla discriminazione, alla tortura, alle guerre spacciate per “operazioni speciali”, alle frontiere che diventano trappole mortali, non è prudente: è complice. Una teologia che osserva tutto questo con il distacco dello studioso non è neutra: è schierata dalla parte dello status quo”.
I folli idealismi nazionali, quando si trasformano in assolutismi, ripropongono la stessa dinamica: la Nazione, o ciò che si immagina essa debba essere, viene elevata a totem da venerare, e l’individuo a strumento sacrificabile. L’ideale collettivo soffoca il valore del singolo. La visione diventa cieca, incapace di tollerare la complessità, la pluralità delle voci, la fragilità dell’essere umano. Chi tenta di portare luce, conoscenza, dialogo — chi promuove consapevolezza dei limiti e del bisogno reciproco — viene percepito come minaccia. Perché la luce, quando rischiara, mette a nudo le contraddizioni del potere.
In questo quadro, i conflitti contemporanei — tra cui la tragedia che coinvolge israeliani e palestinesi — rappresentano il segno doloroso di un’umanità che fatica ancora a incarnare i valori che afferma di difendere. Non si tratta solo di questioni geopolitiche, ma dell’incapacità del genere umano di riconoscere nell’altro un essere uguale a sé nel bisogno di sicurezza, dignità, libertà e futuro.
A dispetto della cultura, della cooperazione internazionale, dei principi di pace proclamati dalle istituzioni, l’uomo continua spesso a ricadere nella logica dell’opposizione assoluta, del “noi contro loro”, che riduce la complessità del reale a uno schema di nemici e alleati.
Questo è il vero imbarbarimento: non tanto la violenza in sé, quanto la perdita della capacità di vedere nell’altro un essere umano completo, non riducibile a un ruolo, a un’identità collettiva, a un simbolo.
Quando si smarrisce l’empatia, la cultura non basta più, e la pace non può essere imposta: deve essere costruita nella coscienza delle persone.
Eppure, proprio il riconoscimento di questo fallimento contiene la possibilità di superarlo. La civiltà umana potrà riconciliarsi solo quando l’uomo — ogni uomo — comprenderà che la luce portata da chi invita alla consapevolezza non è una minaccia, ma una via d’uscita. Che accettare i propri limiti non significa debolezza, ma maturità. Che il potere che reprime non protegge, e la fede che uccide non salva.
La riconciliazione, allora, diventa un atto di comprensione profonda e di coraggio: quello di guardare all’altro non come a un avversario, ma come a un frammento dello stesso destino umano.
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