La Solitudine

Pubblicato il 3 settembre 2026 alle ore 22:30

Di Luigi Falco 

Ci sono silenzi che fanno bene e silenzi che fanno paura. Ci sono momenti nei quali stare soli rappresenta una necessità, quasi una forma di cura, e altri nei quali la solitudine diventa invece una presenza ingombrante, capace di occupare ogni spazio della giornata.
Per questo la solitudine è un fenomeno paradossale. Talvolta si ha la strana sensazione che la solitudine faccia persino rumore. Non un rumore che proviene dall'esterno, naturalmente, ma un rumore interiore: il brusio dei pensieri, delle preoccupazioni, delle aspettative, dei confronti con gli altri. È il rumore di una domanda che ritorna: perché non riesco a sentirmi parte di qualcosa?

Il paradosso diventa ancora più evidente nella società contemporanea. Viviamo immersi nella comunicazione. Siamo raggiungibili quasi in ogni momento, possiamo parlare con persone che si trovano dall'altra parte del mondo, partecipiamo a conversazioni attraverso i social network, riceviamo continuamente messaggi, immagini, notizie e sollecitazioni.
Eppure essere connessi non significa necessariamente sentirsi in relazione.

Possiamo avere molti contatti e pochi legami. Possiamo essere circondati da persone e avvertire una distanza profonda. Possiamo persino desiderare di stare soli e, nello stesso tempo, soffrire perché nessuno sembra cercarci.
È proprio questa ambivalenza a rendere la solitudine uno dei fenomeni più interessanti della nostra epoca.

Non tutte le solitudini sono uguali

Prima di tutto occorre distinguere alcune esperienze che nel linguaggio comune tendiamo a sovrapporre.

Essere soli, sentirsi soli ed essere isolati non sono la stessa cosa. L'Organizzazione Mondiale della Sanità distingue la solitudine dall'isolamento sociale. Infatti Essa ha condotto uno studio nel quale ciascuna delle distinzioni vengono così evidenziate. La prima è un'esperienza soggettiva e dolorosa, che nasce quando le relazioni che abbiamo non corrispondono a quelle che desideriamo o di cui sentiamo il bisogno. L'isolamento sociale riguarda invece maggiormente la quantità e la frequenza dei rapporti disponibili. Una persona può quindi vivere sola senza sentirsi sola, così come può sentirsi profondamente sola pur vivendo in mezzo agli altri.

 

Questa distinzione è importante perché ci impedisce di considerare automaticamente la solitudine come una condizione negativa.

Una persona può scegliere di trascorrere del tempo da sola per riposarsi, riflettere, leggere, creare, pregare, passeggiare o semplicemente sottrarsi per qualche ora al continuo flusso delle sollecitazioni esterne.

In questo caso la solitudine non rappresenta necessariamente una privazione. Può essere uno spazio  nel quale tornare ad ascoltarsi.

La nostra epoca ha probabilmente realizzato una delle più grandi rivoluzioni nella storia della comunicazione: ha ridotto enormemente la distanza fisica tra le persone.

Ma la vicinanza tecnologica non garantisce automaticamente la vicinanza umana.

La ricerca europea sulla solitudine mostra proprio la complessità del fenomeno. L'indagine dell'Unione Europea realizzata nel 2022 è stata la prima rilevazione comparativa europea basata su scale consolidate per misurare la solitudine e ha coinvolto più di 25.000 persone nei 27 Stati membri; un campione specifico ha riguardato Francia, Italia, Polonia e Svezia.

Tra i fattori presi in considerazione emergono età, condizioni sociali, qualità delle relazioni, situazione economica e modalità di utilizzo delle tecnologie digitali.

Questo ultimo elemento merita attenzione.

Non sarebbe corretto affermare semplicisticamente che "i social ci rendono soli". La realtà è più complessa. La stessa ricerca europea indica una relazione tra un uso molto intenso dei social network e una maggiore presenza della solitudine, ma la relazione non deve essere interpretata come un rapporto automatico di causa ed effetto.

Potrebbe accadere, infatti, che una persona che si sente già sola cerchi maggiormente nella rete ciò che non trova nella vita quotidiana.

Coruña nord della Spagna ( foto di Luigi Falco)

E, contemporaneamente, un uso eccessivo e problematico della comunicazione digitale può finire per sostituire alcune forme di relazione diretta. Un esempio in larga diffusione è collegato alla moda  della messaggistica che affida ad immagini e frasi preconfezionate l'espressione dei propri sentimenti e note di saggezza utili per il viaggio dell'internauta guidato  nella sua inappagabile ricerca di sensazioni visive. 

La tecnologia, dunque, può essere contemporaneamente ponte e rifugio.

Può avvicinarci agli altri oppure diventare il luogo nel quale ci nascondiamo dalla difficoltà di incontrarli realmente.

La rosa dei quattro venti. Coruña, Spagna del nord. (Foto di Luigi Falco) 

La società della performance

C'è però un'altra dimensione della solitudine contemporanea che merita di essere considerata: quella prodotta dal senso di inadeguatezza.

Viviamo in una società nella quale non sembra più sufficiente essere.

Bisogna essere capaci, efficienti, competitivi, aggiornati, belli, produttivi, disponibili, socialmente desiderabili. Bisogna avere obiettivi e raggiungerli. Bisogna dimostrare di stare bene.

Anche la vita privata rischia così di trasformarsi in una sorta di curriculum permanente.E quando una persona non riesce a corrispondere a questi modelli, può arrivare a pensare che il problema sia il suo. 

È qui che la solitudine può trasformarsi in estraneità.

Non è più soltanto l'assenza di qualcuno con cui parlare. È la sensazione di non essere adeguati al mondo nel quale si vive.

Il confronto continuo con le vite degli altri può accentuare questa percezione. Sui social vediamo spesso il risultato, raramente il percorso; il successo, raramente il fallimento; la relazione felice, raramente i conflitti; il viaggio, raramente la fatica economica che lo ha preceduto.

Finisce così che la nostra vita reale viene confrontata con la rappresentazione selezionata della vita altrui.

E il confronto, inevitabilmente, può diventare doloroso.

il problema della solitudine non riguarda soltanto quante persone abbiamo intorno.

Riguarda soprattutto quanto possiamo sentirci riconosciuti da quelle persone. Le aspettative sulle relazioni esterne non riguardano tanto il fenomeno quantitativo, bensì quello qualitativo. 

 

Esiste una solitudine che limita.

È quella della persona che vorrebbe avere relazioni ma non riesce a costruirle; dell'anziano che ha progressivamente perso la propria rete sociale; del giovane che teme di non essere accettato; di chi vive una separazione, un lutto, un trasferimento o una condizione di marginalità; di chi si sente escluso dai modelli dominanti della società.

Questa solitudine può diventare cronica.

E quando si prolunga nel tempo non è soltanto una questione emotiva. La ricerca scientifica ha accumulato negli ultimi anni un numero crescente di evidenze sui suoi rapporti con la salute fisica e mentale.

  Sorprende quindi che l'OMS abbia istituito una Commissione sulla connessione sociale e che nel 2025 abbia pubblicato un rapporto specificamente dedicato al fenomeno. Il rapporto considera solitudine e isolamento sociale questioni che riguardano non soltanto il benessere individuale, ma anche la salute pubblica e la qualità delle comunità. Si può, infine, concludere che il tema della solitudine può essere vissuto ed analizzato anche in un'ottica di scelta personale dettata da visioni filosofiche, spirituali, artistiche, intellettuali, ma può in altri casi essere la spia di un malessere sociale che deve essere attenzionato alle istituzioni perché si possa giungere a soluzioni che vedono in gioco : l'azione  comunitaria, quella Associativai e politica. 


Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.

Crea il tuo sito web con Webador