L' economia del male

Pubblicato il 16 settembre 2026 alle ore 16:06

Di Luigi Falco 

C'è un'economia di cui si parla poco: quella generata dalla necessità di difendersi dal male.
Quando pensiamo all'economia siamo portati a considerare la produzione, i consumi, gli investimenti, il lavoro, la crescita e la distribuzione delle risorse. Esiste però anche un'altra dimensione, meno evidente ma non meno importante: quella delle risorse che una società è costretta a destinare per proteggersi da tutto ciò che può minacciare la vita, la sicurezza e la libertà dei suoi cittadini.

Il male, infatti, non produce soltanto vittime. Produce anche costi.
Ogni atto criminale può richiedere interventi delle forze dell'ordine, attività investigative, procedimenti giudiziari, assistenza alle vittime, interventi sanitari, sistemi di sorveglianza, strutture detentive e strumenti tecnologici. A queste spese si aggiungono quelle sostenute dai cittadini e dalle imprese per proteggersi: sistemi d'allarme, videosorveglianza, assicurazioni, dispositivi di sicurezza, personale addetto alla vigilanza.
In altre parole, una parte della ricchezza prodotta dalla società deve essere destinata non a costruire qualcosa di nuovo, ma a difendere ciò che già esiste dalla possibilità che venga distrutto, sottratto o compromesso.

La sicurezza ha un prezzo 

Lo Stato ha il compito fondamentale di garantire la sicurezza dei cittadini. Per farlo deve costruire e mantenere strutture, formare personale, acquistare mezzi, sviluppare tecnologie, organizzare servizi di prevenzione e intervento.

Sono risorse necessarie. Nessuna società potrebbe rinunciare completamente a questi strumenti.
Ma proprio perché le risorse pubbliche sono limitate, esiste una domanda che merita di essere posta: quanto della spesa collettiva viene assorbito dalla necessità di fronteggiare fenomeni che, in una società più sicura e più responsabile, potrebbero essere almeno in parte prevenuti?

La questione non significa mettere in discussione la necessità delle forze dell'ordine, della magistratura, dei servizi di emergenza o delle strutture penitenziarie. Al contrario, significa riconoscere il loro valore e contemporaneamente interrogarsi sulle condizioni che rendono necessario il loro continuo potenziamento.

Una società costretta ad aumentare continuamente i propri strumenti difensivi è una società che dovrebbe interrogarsi anche sulle cause profonde di questa necessità.

Una contraddizione della società contemporanea

Qui emerge una particolare contraddizione.
Da una parte, la crescita delle strutture e degli strumenti destinati alla sicurezza rappresenta un progresso: più tecnologia, mezzi più efficienti, sistemi di controllo più sofisticati, maggiore capacità di intervento.
Dall'altra parte, la loro stessa necessità costituisce un segnale della fragilità del tessuto sociale.

Possiamo avere città tecnologicamente avanzate e, nello stesso tempo, una crescente domanda di protezione. Possiamo disporre di strumenti sempre più sofisticati per controllare il territorio e contemporaneamente assistere alla diffusione di comportamenti che rendono necessario quel controllo.

È come se una parte del progresso dovesse essere continuamente impiegata per neutralizzare gli effetti negativi di un'altra parte dello sviluppo sociale.
Ed è proprio in questa contraddizione che possiamo collocare l'idea di economia del male.

Il costo invisibile

Il costo più evidente è quello rappresentato dalle risorse direttamente impiegate per contrastare la criminalità.
Esiste però un costo più difficile da misurare.

Quando un cittadino evita una determinata zona perché la considera insicura, quando un commerciante investe denaro per proteggere la propria attività, quando una famiglia modifica le proprie abitudini per paura di subire un'aggressione o un furto, si produce una perdita che non compare immediatamente nei bilanci pubblici.

È il costo della paura.
La paura modifica i comportamenti, riduce la libertà di movimento, altera i rapporti sociali e può trasformare lo spazio pubblico da luogo d'incontro a luogo da attraversare con prudenza.
Anche questo appartiene all'economia del male: non soltanto ciò che viene materialmente sottratto alla collettività, ma anche ciò che la paura induce le persone a rinunciare a fare.

La vera domanda

Forse allora la domanda non dovrebbe essere soltanto: quanto spendiamo per la sicurezza?
Dovremmo chiederci anche:
quanto ci costa vivere in una società nella quale siamo costretti a spendere sempre di più per proteggerci?
È una domanda diversa.
La prima riguarda il bilancio dello Stato. La seconda riguarda la qualità della società.

Perché una comunità veramente sicura non è soltanto quella che possiede più telecamere, più pattuglie, più sistemi di allarme o strutture più efficienti. È anche quella nella quale le persone hanno sviluppato un senso sufficiente di responsabilità reciproca da rendere meno frequente il ricorso a quegli strumenti.

Dalla difesa alla responsabilità

Gli strumenti difensivi rimangono indispensabili. Una società civile non può lasciare indifeso chi è più vulnerabile e non può rinunciare alla propria capacità di contrastare il crimine.

Ma la difesa dovrebbe essere accompagnata da una domanda più profonda: che cosa possiamo fare affinché il bisogno di difenderci diminuisca?
Qui l'economia incontra la morale.

L'economia del male ci ricorda quindi una cosa semplice ma spesso dimenticata: il male ha un costo economico, ma prima ancora ha un costo umano.

 Il male produce una sorta di effetto economico circolare:

un comportamento dannoso genera una vittima; la vittima richiede assistenza; il sistema pubblico interviene; vengono mobilitate risorse per individuare il responsabile; vengono impiegati strumenti giudiziari e detentivi; lo Stato deve mantenere strutture e personale; e una parte della ricchezza collettiva viene così destinata a ricostruire un equilibrio che era stato precedentemente spezzato.

Il male, dunque, non si limita a colpire una persona: può generare una lunga catena di costi sociali.


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