Di Luigi Falco
È difficile, per quanto utile e necessaria, avere familiarità con la verità. Essa esige dall'uomo qualcosa che non sempre è disposto a concedere: la disponibilità a riconoscere ciò che è, anche quando la realtà contraddice le proprie aspettative, i propri interessi o le proprie convinzioni. La verità, infatti, non è soltanto una conoscenza da acquisire, ma anche una responsabilità da assumere.
Eppure, nel nostro tempo, sembra essersi progressivamente affermata una diversa relazione con la menzogna. In alcuni casi essa non appare più soltanto come una deviazione dalla verità, ma come uno strumento attraverso il quale perseguire interessi personali, consolidare posizioni di potere o orientare il consenso sociale.
Il problema diventa ancora più significativo quando questa contrapposizione coinvolge istituzioni alle quali la società affida una particolare responsabilità etica, civile o spirituale.
È sorprendente osservare come, talvolta, proprio alcune istituzioni — dalla politica agli organismi pubblici, fino agli ambienti ecclesiastici — possano trovarsi coinvolte in un rapporto conflittuale e contraddittorio con la verità. Non si tratta necessariamente di stabilire, caso per caso, dove si trovi la menzogna, ma di interrogarsi su un fenomeno più profondo: che cosa accade alla fiducia collettiva quando un'istituzione può prima affermare una determinata versione dei fatti e, successivamente, modificarla, smentirla o ridimensionarla, soprattutto quando emergono documenti o prove che ne mettono in discussione la ricostruzione?
Quando questo rapporto viene meno, il danno non rimane confinato all'episodio specifico. La conseguenza più profonda è la progressiva erosione della fiducia. Il cittadino non sa più a quale dichiarazione affidarsi, quali documenti considerare attendibili, quali testimonianze ritenere credibili. E una società nella quale persino i suoi punti di riferimento istituzionali diventano oggetto di permanente sospetto rischia di smarrire non soltanto alcune certezze, ma anche gli strumenti attraverso i quali distinguere il vero dal falso.
Questa lunga prolusione, per altro, necessaria, non è soltanto una constatazione in ordine ad un costune sociale, che interessa trasversalmente molte parti del mondo umano contemporaneo, ma vuole introdurre un caso specifico, su cui soffermarsi e riflettere, considerata la sua rilevanza rispetto al suo grado di appartenenza.
La vicenda che sto per narrare ha uno sfondo storico, autobiografico e per altri motivi che figureranno più avanti, essa assume un carattere d'interesse generale nell'ambito di un filone devozionale ampiamente diffuso nel mondo cattolico.
Misterioso ritrovamento
Stando alla relazione dei fatti riportati nell'ampia descrizione del Sacerdote Francesco De Lucia vissuto a Mugnano, località della Campania ,nel 1805 egli dovendo affiancare un suo stimato prelato, per un lungo viaggio alla volta di Roma, per il conferimento della sua carica episcopale, espresse il pio desiderio di poter ottenere dalla Sede Apostolica Vaticana, le reliquie di un Martire di epoca romana. Grazie alla mediazione dell'illustre prelato, la sua richiesta fu assecondata, seppur circoscritta da difficoltà che lasciarono su di lui delle ricadute sotto il profilo psicologico. Egli, però, fu al tempo stesso fortunato, perché i resti che gli vennero consegnati avevano un'identità anagrafica. È importante precisare qui le circostanze del prezioso ritrovamento avvenuto il 25 maggio del 1802. Era un'epoca in cui le ricerche avviate dallo studioso ed archeologo tedesco Wilkeman, avevano coinvolto anche il mondo culturale della Chiesa. Inoltre, una diffusa religiosità, spinse famiglie patrizie ad incaricare giovani intraprendenti, a spingersi nei luoghi antichi della cristianità, le Catacombe, che appartenevano alla giurisdizione ecclesiastica. Lo scopo era quello di ricuperare da esse i resti di Santi Martiri, in modo da poterli destinare nelle loro Cappelle private. Questi furti cominciarono a sollevare un problema per la Chiesa che correva il rischio di perdere materiale importante che documentava le origini della sua millenaria tradizione di fede. Per questo, il responsabile di questi siti, Mons. Giacinto Ponzetti, incaricò alcuni operai di condurre all'interno delle cavità sotterranee delle ricerche per individuare tombe che avessero presentato delle note distintive riguardo l'integrità dei loculi ed iscrizioni leggibili ricche di elementi riconoscitivi. Essi, così, si inoltrarono all'interno delle Catacombe di Priscilla e nel cammino di esplorazione, trovarono un esemplare sepolcrale ben conservato, che richiamò da subito la loro attenzione. Furono per questo incaricati di staccare le tavole in terracotta che coprivano i resti mortali di un Martire che dall'iscrizione si suppose fosse quello di una donna. All'interno del loculo furono rivenute alcune ossa e a lato un vasetto di vetro con del sangue raggrumato. Questi particolari fanno parte di una descrizione che ha lasciato il De Lucia, di sovente oggetto di manipolazioni descrittive, non sempre coerenti con la narrazione storica tramandataci dall'autore. Questo materiale fu custodito in una sala interna ai Sacri Palazzi, sino al 1805 giorno della consegna e trasferimento per la nuova destinazione.
Identità storica, devozione popolare, disposizioni canoniche
Il Culto verso la Martire Filomena, è accertato che non è stata un'invenzione popolare. I suoi resti a lungo custoditi nei cunicoli terranei di Roma, sotto la custodia degli enti preposti dal Vaticano, la prassi, del trasferimento in superficie, quella della cessione al richiedente Sacerdote Francesco De Lucia, segnala semplicemente un passaggio di consegna. La devozione, invece, scaturisce non dal dato agiografico, inesistente, bensì da quello taumaturgico. Soprattutto quest'ultimo, ha convinto uomini illustri ed umili fedeli di ogni tempo: teste coronate, illustri Pontefici, uomini e donne stimati per la loro moralità ed appartenenza sociale. Ma è la stessa Chiesa che crea e al tempo stessa si disffa dei suoi patrimoni e con un colpo di spugna può mettere in discussione testimonianze certificate che hanno avuto quale principale sigillo l'impronta indelebile del soprannaturale. Infatti nel 1961, la Santa Sede ha rimosso Santa Filomena dal calendario liturgico universale e dal Martirologio Romano, sospendendone la festa obbligatoria a causa della mancanza di prove storiche certe sulla sua vera identità.
Un incontro provvidenziale
La mia presenza occasionale presso il Santuario di Mugnano nei trascorsi anni fu occasione per conoscere il Rettore Mons. Giovanni Braschi. In un primo tempo non ero interessato alla sua figura, non era associabile ai miei canoni sociali. Egli aveva uno stato emotivo non sempre prevedibile, ma in fondo aperto all'accoglienza e loquace intrattenitore. Fu durante uno dei nostri colloqui privati che egli iniziò a capire che dietro una persona schiva, discreta, silenziosa si nascondevano delle potenzialità e soprattutto una mente speculativa, caratteristiche utili di cui avvalersi per delle collaborazioni all'interno del suo spazio di lavoro. Infatti, il suo cruccio ricorrente, era quello legato alla difficoltà di realizzare un importante lavoro di ricerca scientico intorno alla questione filomeniana. In passato, c'èrano stati importanti studiosi che avevano cercato di affrontare ogni aspetto legato ai reperti del corpo della Santa e quelli provenienti dal sito originario della sua tumulazione. Il loro metodo, però, risultava empirico, pertanto suscettibile di nuove ipotesi. Questo lasciava continuamente una questione sempre aperta. Iniziai, così, a realizzare la mappa per un nuovo percorso, che più avanti avrebbe dato esiti favorevoli.
Scienza e conoscenza
La mia proposta più immediata fu quella di compiere un viaggio a Milano, presso un importante centro di ricerca. Contattai personalmente la responsabile la Dott. Carla Zelaschi, direttrice del centro di ricerca Arcadia per le tecnologie impiegate nel campo di lavoro dei Beni Culturali, proponendo l'ipotesi di un incontro. Questo, però, comportava il necessario trasporto di uno dei reperti in terracotta che avevano custodito per secoli i resti della giovane Martire. Mons. Braschi accettò. C'erano, però, alcuni dettagli per il viaggio : poter assicurare anche l'incolumità del materiale trasportato , oggetto della annosa questione di studio. Così, mi ricordai che avevo una cassa che io utilizzavo per spedire le mie opere in occasione di rassegne nazionali in alcune località italiane. Ebbi per questo il privilegio di inserire in quella custodia di legno, servita per altri impieghi, un reperto storico millenario di notevole valore, soprattutto per il significato di fede che molti devoti gli avevano attribuito. Fu un viaggio lungo, ma presentava due elementi per me di grande importanza sotto profilo personale : la conferma per la mia fiducia ed il primo incontro con il mondo scientifico.
Dal mio ricordo di quel viaggio, riaffiora l'incontro con la Dott. Zelaschi, alla quale fu spiegata la ragione di quell'esame che avrebbe potuto dare una svolta storica sulla scia di pregiudizi e sonanti sentenze scaturite dal ventre ecclesiastico da cui, l'intera vicenda intorno alla Santa era scaturita. Estratta la tavola, la adagiammo su di un piano posto sotto una lampada direzionata in corrispondenza della superficie granulosa del lato posteriore. Furono praticati alcuni fori per estrarre alcuni campioni di materiale da analizzare, ancora oggi visibili. Dopo circa un mese giunse finalmente l'atteso referto.
Esito di un esame di laboratorio
La conclusione di questa prima indagine mise in risalto alcune caratteristiche, legate sia al materiale costituente, prevalentemente sabbia di fiume, si può per questo ipotizzare: la provenienza dal vicino fiume Tevere e la datazione cronologica relativa ad un periodo oscillante tra il II e III Sec. Post-Apostolico, per circoscriverlo alla iniziale diffusione del cristianesimo.
Un testo tra documentazione di un percorso e volute omissioni
Mons. Braschi è stato sempre una persona scrupolosa e meticolosa nelle sue imprese di lavoro. Io ho preferito immaginare la sua figura associata ad un'ape , sempre alla ricerca di spunti ed opportunità per ricavare da ogni fiore la sostanza naturale utile alla trasformazione di un prodotto unico, senza per questo dichiarare sempre l'origine della sua provenienza. Per i cultori della devozione della Santa, egli ha editato negli anni alcuni testi a sfondo devozionale , ai quali si sono aggiunti quelli relativi alle ricerche scientifiche prodotte nell'ultimo decennio. Egli, infatti, è stato il curatore di uno dei documenti più importanti degli ultimi tempi, si tratta del testo : " La tomba di Filomena, tra scienza e fede". Ebbene, in questo lavoro, si può constatare dalle date, a partire dal 2002, tutti gli sviluppi che seguirono dietro le mie indicazioni, i contatti avvenuti con centri di ricerca accreditati, le premesse di persone coinvolte in un tempo successivo, ma nessun riferimento al mio modesto contributo. Tutto ciò non lo segnalo per una forma di vanità, ma per riprendere quanto ho riportato nella premessa di questo articolo sulla necessità di coltivare uno sano rapporto con la verità. Questo, però, può essere considerato ancora un aspetto trascurabile, perché il vero problema che vedremo è un altro.
Una verità negata
Questo testo è stato pubblicato ufficialmente nel 2016. Rappresenta una tappa significativa che dà una svolta sul piano storico scientifico alla questione filomeniana per anni dibattuta. Tuttavia, per le sue finalità esiste una grande ed inspiegabile omissione. Infatti, negli anni precedenti, era stato eseguito un altro esame, importante quanto i suddetti, sui resti mortali della Santa, custoditi nell'urna che sovrasta l'altare collocato a lato della navata principale. Un ' Equipe, dell'Università di Napoli, diretto da un noto medico Avellano, esegui un attento lavoro di ricognizione per stabilire : la datazione e le caratteristiche anatomiche attribuite, il sesso ed età corrispondenti alla presunta identità del soggetto sottoposto ad indagini autoctone. I risultati chimico - fisici non tardarono ad arrivare, ma i Componenti della Curia Diocesana, intimarono ai testimoni presenti, sotto stretto giuramento, di non riferire ad alcuno quanto emerso da quelle indagini. Questo episodio molto inquietante sotto il profilo umano, mette in discussione la sindacabilità di un Ente ecclesiastico su temi ed ambiti di lavoro che trascendono questioni di fede e regole canoniche
Reticenze di Curia
Lo scorso anno ho deciso di affrontare la questione prenotando una visita presso uno degli uffici Diocesani per un colloquio con un noto funzionario ecclesiastico. La richiesta fu accolta ed il colloquio si svolse tra esplicite richieste e risposte fuorvianti. Desideravo semplicemente accedere agli atti di quel lavoro svoltosi in gran segreto nel noto Santuario di Mugnano, per conoscere le conclusioni di un'indagine, che non aveva alcuna attinenza con questioni private o di ufficio. La natura di quel lavoro aveva non solo un interesse di carattere storico-scientifico, ma interessava una vasta comunità di utenti, che era semplicemente interessata ad acquisire elementi nuovi a completamento di quelli già riportati dagli studi precedenti sull'intera questione filomeniana. Purtroppo, il potere, da strumento di servizio, può ancora costituire un impedimento per la ricerca ed affermazione della verità.
Fede e ragione
La scienza non può essere chiamata a dimostrare ciò che appartiene per definizione a una dimensione metafisica o religiosa. Il suo compito è quello di osservare, formulare ipotesi, sottoporle a verifica e, quando necessario, correggerle sulla base di nuove evidenze. Il fatto che qualcosa non sia ancora spiegabile scientificamente non costituisce automaticamente una prova del soprannaturale. Ma, allo stesso tempo, il limite attuale degli strumenti scientifici non autorizza a considerare definitivamente esaurito tutto ciò che ancora non comprendiamo.
In questa prospettiva diventa significativo il dialogo tra fede e ragione proposto dalla tradizione cristiana. L'enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II affronta proprio il rapporto tra fede e ragione, riconoscendo a entrambe una funzione nella ricerca della verità, pur nella diversità dei rispettivi ambiti e strumenti. La ragione non deve rinunciare alla ricerca perché incontra il mistero; la fede, a sua volta, non dovrebbe temere il confronto con la ragione.
Curia e Curie tra esperienze di fede e scoperte scientifiche
Nei trascorsi anni ho avuto modo di recarmi nella città di Torino in occasione delle ostensioni della Sindone durante gli anni giubilari. Ho potuto visitare importanti mostre curate dal centro di sindonologia, visitare il museo, visionare le immagini e le ricerche di importanti istituzioni scientifiche internazionali. Ho conosciuto la Prof. Marinelli una tra le più importanti esperte e divulgatrici degli studi compiuti sul telo sindonico. In questo ampio quadro di presentazione anche la scienza evidenziava alcuni limiti, non sempre conciliabili con le aspettative degli operatori. Infatti, alcuni indagini hanno dimostrato che il telo potesse essere un falso medioevale, mentre in tempi successivi esami condotti presso I laboratori della NASA confermavano la sua autenticità. In tutto questo, la saggia risposta della Curia torinese, attraverso il suo principale rappresentante, è stata la seguente : le ragioni della scienza non sempre compromettono quelle della Fede.
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