Di Luigi Falco
Prima parte
Si parla talvolta di coincidenze, di casualità, di incontri che sembrano segnati dal destino. Sono espressioni comuni, attraverso le quali l'uomo cerca di dare un significato ad avvenimenti che, secondo un criterio strettamente razionale, non sempre sembrano poter essere ricondotti a una relazione precisa di causa ed effetto.
Ma proprio in queste circostanze può nascere una domanda più profonda: è possibile che, dietro alcune coincidenze, si nasconda una realtà più ampia di quella che l'esperienza ordinaria e gli strumenti della ragione riescono a cogliere?
La domanda non costituisce di per sé una dimostrazione di una realtà trascendente. Può tuttavia essere presa sul serio come interrogativo filosofico, a condizione di distinguere ciò che può essere verificato da ciò che appartiene invece all'interpretazione personale.
È in questa prospettiva che Carl Gustav Jung introdusse il concetto di «sincronicità», riferendosi a coincidenze significative tra eventi che non sembrano essere collegati da una causalità ordinaria.
L'essere umano tende naturalmente a riconoscere connessioni e significati negli avvenimenti della propria esistenza, soprattutto quando questi coincidono con momenti particolarmente importanti.
Ma ciò non esclude una domanda ulteriore: se la realtà fosse più vasta di ciò che i nostri strumenti razionali ed empirici sono attualmente in grado di descrivere?
È un interrogativo che, in forme diverse, ha accompagnato anche alcune circostanze della mia vita. Fatti apparentemente separati tra loro — per il tempo, i luoghi, le condizioni culturali e sociali nelle quali si sono verificati — possono, quando vengono osservati a distanza, sembrare disposti lungo una traiettoria comune. Non necessariamente perché debba esistere una causa nascosta che li abbia determinati, ma perché nella loro successione può emergere un filo conduttore capace di attribuire loro un significato.
È forse accaduto a molti di noi attraverso l'incontro, anche soltanto ideale, con uno scrittore, un filosofo o una figura spirituale vissuta in un'epoca lontana. La lettura di un libro può infatti creare una forma particolare di incontro: fisicamente non abbiamo mai conosciuto quella persona, eppure le sue idee entrano nella nostra vita, dialogano con la nostra sensibilità e talvolta contribuiscono a modificarne il percorso.
Anche la filosofia della storia di Hegel, pur muovendosi su un piano assai diverso da quello della sincronicità junghiana, può offrire uno spunto di riflessione. Gli eventi della storia, considerati nella loro successione, possono apparire frammentari e privi di un ordine immediatamente riconoscibile; osservati invece all'interno di una prospettiva più ampia, vengono ricondotti da Hegel al processo attraverso il quale lo Spirito sviluppa progressivamente la propria coscienza nella storia.
È in questo spazio, posto tra il fatto e il suo significato, tra la casualità apparente e la possibile presenza di un ordine più profondo, che vorrei collocare una particolare esperienza personale.
Due figure lontane nel tempo, nella formazione e nelle vicende della loro esistenza possono costituire i punti di riferimento di questa riflessione: Francesco d'Assisi e Dante Alighieri. Il primo scelse di rifondare radicalmente la propria vita sulla povertà e sull'adesione al Vangelo; il secondo fu un intellettuale di straordinaria cultura, capace di unire nella propria opera dimensione spirituale, riflessione filosofica, rigore morale e impegno politico.
Le loro traiettorie verso Roma furono determinate da circostanze molto diverse. Francesco vi si recò nell'ambito della vicenda iniziale della propria esperienza religiosa e del rapporto con la Chiesa; Dante vi giunse invece per ragioni legate alla complessa situazione politica del suo tempo. Eppure, a distanza di secoli, è possibile individuare nella loro storia alcuni elementi che, per una singolare coincidenza, hanno finito per incontrare anche la mia.
Io non ho naturalmente condiviso le loro vicende né le motivazioni dei loro viaggi. La mia presenza lungo questa traiettoria nasce da circostanze molto più ordinarie, legate al lavoro. E tuttavia, osservando oggi quegli avvenimenti, mi colpisce la particolare convergenza di alcuni elementi: Roma, il viaggio, il mese di ottobre, la distanza temporale e, soprattutto, il rapporto con una dimensione spirituale che, pur assumendo forme profondamente diverse, attraversa le esistenze di Francesco e Dante.
È proprio questa successione di coincidenze che mi ha indotto a pormi una domanda: siamo di fronte soltanto a una serie di casualità alle quali la nostra mente attribuisce successivamente un significato, oppure esistono circostanze nelle quali la realtà sembra offrirci una trama più complessa, che non siamo ancora in grado di comprendere pienamente?
Non pretendo di dare una risposta definitiva. Vorrei piuttosto seguire queste coincidenze, collocarle nel loro preciso contesto storico e biografico e lasciare che sia il loro stesso accostamento a suggerire una possibile chiave di lettura
Francesco e il suo tempo :scelte radicali ed un viaggio decisivo
Il contesto storico e culturale
L'Italia del XII e XIII secolo era caratterizzata da due grandi dinamiche:
• La nascita dei Comuni e della borghesia: Le città si stavano liberando dal controllo dei signori feudali. Emergevano nuove classi sociali legate al commercio e al denaro (la borghesia), di cui il padre di Francesco, Pietro di Bernardone, era un ricco esponente. Assisi era in costante conflitto con la vicina e potente Perugia.
• La crisi e il fermento della Chiesa: La Chiesa cattolica era ricca, potente e fortemente legata alle dinamiche politiche e feudali. Questo sfarzo provocò una forte reazione popolare, alimentando la nascita di movimenti ereticali (come i Catari e i Valdesi) che chiedevano un ritorno alla povertà evangelica e criticavano duramente la corruzione del clero.
Dante : tra ispirazioni letterarie ed impegno politico
Dante non fu solo un intellettuale, ma un cittadino attivamente impegnato nella vita politica di Firenze:
• Inizialmente combatte come "feditore" a cavallo nella battaglia di Campaldino (1289) contro i Ghibellini di Arezzo. Ricopre diverse cariche magistratuali fino a diventare, nel 1300, uno dei sei Priori (la massima magistratura del Comune di Firenze). Dante appartiene alla fazione dei Guelfi Bianchi e cerca strenuamente di difendere l'indipendenza di Firenze dalle mire espansionistiche del Papa.
Dante alla volta di Roma per una missione diplomatica
Nell'autunno del 1301, il Comune di Firenze invia Dante a Roma in un'ambasceria formata da tre cittadini.
Il motivo: Il Papa Bonifacio VIII sta tramando per prendere il controllo di Firenze, avendo inviato in Toscana Carlo di Valois (fratello del re di Francia) con il pretesto di fare da paciere, ma in realtà per favorire i Guelfi Neri.
• L'esito: Il Papa trattiene Dante a Roma con l'inganno, permettendo nel frattempo a Carlo di Valois di entrare a Firenze. I Guelfi Neri prendono il potere con la forza, saccheggiano la città e condannano i Bianchi. Dante, rimasto bloccato fuori, viene accusato ingiustamente di baratteria (corruzione) e condannato al rogo. Non tornerà mai più nella sua patria, iniziando un doloroso esilio durato fino alla morte.
Francesco si dirige a Roma per chiedere al Papa la ratifica della Regola per la nascita del suo ordine religioso
Prima di mettersi in cammino verso Roma nel tardo autunno, Francesco passò i mesi precedenti del 1223 nel Ritiro di Fonte Colombo (nella Valle Santa di Rieti), un luogo isolato e immerso nei boschi. Fu proprio lì che il Poverello, tra digiuni e intense preghiere, dettò a frate Leone il testo definitivo della regola. Si trattava di un viaggio a piedi intrapreso in condizioni fisiche già precarie per il Santo (provato dalle malattie agli occhi e dallo stomaco debilitato).L'alloggio a Roma: Durante i suoi soggiorni romani, Francesco veniva solitamente ospitato in due luoghi chiave:
• Il San Biagio all'Aniene (nella zona dell'odierna San Francesco a Ripa a Trastevere), un ospizio dei monaci benedettini e nella casa della nobil donna Jacopa dei Settesoli. A fare da mediatore tra il radicalismo evangelico di Francesco e le esigenze di ordine e diritto canonico della Chiesa fu il Cardinale Ugolino d'Ostia (il futuro Papa Gregorio IX. Il viaggio raggiunse il suo scopo formale il 29 novembre 1223. Francesco e la delegazione dei frati salirono al Palazzo Apostolico del Laterano (la sede papale dell'epoca, prima del trasferimento in Vaticano).
La terza traiettoria: il mio viaggio verso Roma
A questo punto della narrazione si aggiunge una terza traiettoria, molto più vicina nel tempo e, naturalmente, diversa per motivazioni e significato: la mia.
Avevo appena concluso i miei studi artistici e, come accade a molti giovani al termine della formazione, cominciavo a interrogarmi sul futuro professionale. Sentivo la necessità di cercare un ambiente culturale e lavorativo più stimolante di quello nel quale ero cresciuto. Non era una forma di discriminazione nei confronti della mia terra d'origine, ma piuttosto la consapevolezza di una necessità professionale.
Il Mezzogiorno è stato, nel corso dei secoli, una vera fucina di talenti nell'arte, nella letteratura e nella musica. Molti di coloro che sono nati in località periferiche rispetto ai grandi centri culturali hanno tuttavia avvertito, prima o poi, l'esigenza di raggiungere luoghi nei quali potersi confrontare con sensibilità diverse, istituzioni più grandi e ambienti capaci di offrire nuove possibilità alla propria formazione.
Anch'io cercavo la mia dimensione.
Non ero un giovane bohémien alla ricerca di un'avventura indistinta, ma una persona che aveva ricevuto una preparazione tecnico-artistica e desiderava trovare un ambito professionale nel quale poterla utilizzare. Per questo avevo chiesto a una grande azienda italiana operante nel settore dell'editoria e dell'informazione di poter essere convocato per un colloquio.
Dopo qualche tempo arrivò la telefonata che attendevo. Risposi con trepidazione, naturalmente speranzoso che quella convocazione potesse rappresentare l'inizio di qualcosa di nuovo. Dopo aver fornito le informazioni essenziali contenute nel mio ancora scarno curriculum, fui invitato a partecipare a uno stage presso la televisione di Stato.
L'ingresso in quella realtà fu per me un'esperienza straordinaria.
Varcare gli ampi corridoi nei quali erano state realizzate grandi produzioni televisive, incrociare persone conosciute dal grande pubblico e osservarle muoversi con assoluta naturalezza in quegli ambienti produceva in me una sensazione quasi irreale. Pensavo persino quale sarebbe stata la reazione dei loro ammiratori se li avessero incontrati lì, lontano dalla distanza dello schermo televisivo e dall'atmosfera dei concerti o degli spettacoli nei quali erano abituati a vederli.
Ma ciò che mi colpì maggiormente fu l'ingresso negli ambienti del telegiornale. Mi trovavo in uno dei luoghi nei quali quotidianamente venivano elaborate e trasmesse le notizie destinate a milioni di italiani. Avevo visto tante volte, attraverso lo schermo televisivo, i volti dei giornalisti mentre raccontavano avvenimenti destinati all'attenzione dell'intero Paese. Ora, invece, mi trovavo dall'altra parte dello schermo, dentro quello spazio che fino ad allora avevo conosciuto soltanto attraverso le immagini.
Era come entrare, improvvisamente, all'interno di una visione che fino a quel momento era appartenuta soltanto all'immaginazione.
Eppure, proprio mentre vivevo questa esperienza così concreta e professionale, un'altra dimensione della mia vicenda avrebbe assunto, soltanto molto più tardi, un significato particolare.
Era l'autunno. Mentre Dante, nella vicenda storica che ho precedentemente ricostruito, si dirigeva verso Roma per una delicata missione politica e Francesco si accingeva, nella propria diversa vicenda storica, a rapportarsi con la Curia romana per il riconoscimento della sua esperienza religiosa, io mi trovavo nella stessa città per ragioni completamente differenti: cercavo semplicemente un'opportunità lavorativa nella quale poter esprimere la formazione che avevo ricevuto.
Nessun progetto spirituale, nessuna missione diplomatica, nessuna richiesta da sottoporre ad un pontefice.
Eppure, osservando oggi quella vicenda a distanza di tempo, mi colpisce la direzione comune delle tre traiettorie.
Tre persone vissute in epoche profondamente diverse; tre motivazioni differenti; tre esperienze umane che non possono essere sovrapposte.
E tuttavia una medesima città, Roma, sembra costituire un punto d'incontro ideale.
Anche alcuni luoghi sembrano ricomparire lungo queste traiettorie.
Il Laterano, centro storico della cristianità e luogo legato alle vicende dei due personaggi, fu anche uno degli spazi romani che ebbi modo di conoscere. Naturalmente le ragioni del mio ingresso erano del tutto diverse: non avevo alcuna questione di particolare rilevanza da sottoporre ad un pontefice, ma vi giungevo come un giovane interessato semplicemente alla scoperta di una residenza carica di suggestioni e significato per le vicende che in passato l'avevano riguardata.
Ancora più singolare, nel ricordo di quella esperienza, è l'immagine di Monte Mario.
Lo scorgevo quotidianamente durante il percorso verso la mia sede di lavoro. Era diventato parte del paesaggio ordinario delle mie giornate romane. Solo successivamente avrei collegato quella presenza alla memoria di Dante e al riferimento geografico contenuto nella Divina Commedia. "Monte Malo") che è stato citato da Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso (vv. 109-111). Per Dante, il monte costituisce un punto riconoscibile dell'orizzonte della città verso la quale il poeta si dirige.
Un elemento del paesaggio che per me apparteneva alla quotidianità lavorativa assumeva così, attraverso la conoscenza della storia e della letteratura, una dimensione completamente diversa.
È difficile stabilire se si tratti semplicemente di coincidenze alle quali la memoria attribuisce, col trascorrere del tempo, un significato particolare. È altrettanto difficile sostenere il contrario.
Per questo preferisco, almeno per ora, limitarmi a registrare queste corrispondenze: una città, una stagione, alcuni luoghi, direzioni di viaggio diverse e persone lontanissime nel tempo, accomunate soltanto da alcuni punti di una traiettoria che, a distanza di secoli, sembra incrociarsi.
Ma esiste ancora un particolare.
Un episodio del quale fui personalmente testimone mi avrebbe condotto all'interno di uno dei luoghi storici più importanti legati ai viaggi di Francesco verso Roma. È un particolare che, proprio perché appartiene alla mia esperienza diretta, merita di essere raccontato separatamente.
Sarà questo episodio a rendere ancora più complesso il confronto tra la mia vicenda e quelle, così lontane nel tempo, di Francesco e Dante.
Il Mistero di Trastevere
Raggiungere una sistemazione abitativa in una grande città, soprattutto quando non si conoscono ancora bene i suoi quartieri e le sue possibilità, può diventare un problema non secondario. La difficoltà aumenta quando non si tratta di una breve permanenza, ma di un'esperienza lavorativa la cui durata non è ancora definita.
Era questa la condizione nella quale mi trovai quando dovetti organizzare la mia permanenza a Roma.
Attraverso alcune conoscenze giunsi nel quartiere di Trastevere, uno dei luoghi più caratteristici della città, ricco di testimonianze storiche e artistiche e, al tempo stesso, inserito nella vita quotidiana di una delle aree più vive della capitale.
Fu così che venni accompagnato presso il convento di San Francesco a Ripa, dove era presente anche uno studentato destinato a giovani che frequentavano diversi atenei romani.
Fui accolto dal responsabile della struttura. Dopo aver ascoltato le mie necessità, cercò di individuare una possibile soluzione. Le camere erano tutte occupate e, apparentemente, non sembrava esserci alcuno spazio disponibile.
Poi accadde qualcosa che, ancora oggi, ricordo con particolare stupore.
Il frate mi accompagnò all'ultimo piano, in un'area più riservata del convento. Qui si trovava una camera che veniva utilizzata occasionalmente per ospiti particolari. Era un ambiente semplice, quasi spoglio. Una finestra si affacciava sul chiostro; dalla strada vicina giungevano continuamente i rumori del traffico e, durante il giorno e la notte, il suono delle sirene interrompeva la quiete dell'edificio.
Mi fu comunque detto che avrei potuto usufruire di quella stanza, almeno per il periodo necessario.
Il problema dell'alloggio, che fino a poco prima sembrava difficile da risolvere, aveva trovato una soluzione quasi immediata.
Allora non attribuii particolare significato a quella circostanza. Dovevo soprattutto organizzare la mia nuova vita quotidiana: stabilire i percorsi, individuare i mezzi pubblici, conoscere le strade e calcolare i tempi necessari per raggiungere la sede di lavoro. La mia giornata sarebbe stata divisa tra il convento e il nuovo ambiente professionale.
Ma quei due mondi non potevano essere più diversi.
Da una parte incontravo la sobrietà di un luogo nel quale la semplicità delle cose sembrava favorire una dimensione di raccoglimento e, almeno idealmente, una ricerca orientata verso qualcosa che oltrepassasse la realtà immediata.
Dall'altra vi era il mondo della televisione, dell'informazione, dello spettacolo e dell'intrattenimento: un universo nel quale l'immagine, la comunicazione e la dimensione effimera degli avvenimenti occupavano inevitabilmente uno spazio considerevole.
Io mi trovavo nel mezzo di questi due mondi senza averli cercati deliberatamente.
Fu proprio all'interno di quel luogo austero, ma ricco di testimonianze storiche e artistiche, che si verificò l'episodio destinato a rimanere maggiormente impresso nella mia memoria.
Un giorno, il medesimo frate che mi aveva accolto all'ingresso del convento venne a cercarmi.
Mi invitò a seguirlo, senza anticiparmi la ragione di quello spostamento. Disse soltanto che mi avrebbe condotto in un luogo al quale avevano accesso poche persone.
Non sapevo cosa aspettarmi.
Attraversammo una scala interna di mattoni che si trovava sul lato sinistro della chiesa principale e raggiungemmo una piccola cappella, estremamente semplice, quasi priva di elementi decorativi.
Al centro si trovava un prezioso altare ligneo seicentesco.
Sul lato destro vi era invece uno spazio completamente spoglio. Al centro era collocata una pietra.
Il frate mi invitò a osservarla.
Non comprendevo quale dovesse essere il motivo della mia attenzione. Rimasi in silenzio, quasi in attesa di una spiegazione.
Il frate, comprendendo il mio disagio, ruppe allora il silenzio.
Mi disse che quello era il luogo nel quale, secondo la tradizione conservata nel convento, aveva riposato San Francesco durante uno dei suoi soggiorni romani. La pietra che vedevo era stata utilizzata, secondo quella memoria, come semplice sostegno per il suo capo.
Rimasi senza parole.
Non vi era nulla di spettacolare in quella pietra. Era un oggetto che aveva una forma molto comune , freddo, privo di qualsiasi apparenza particolare. Eppure, in quel momento, fui colpìto profondamente dal significato nascosto che racchiudeva in esso quel sasso da tempi secolari.
Mi inginocchiai e tesi la mano per toccarlo.
Fu un gesto spontaneo. Non pensavo alla storia in termini astratti. Pensavo semplicemente che quella stessa pietra, secondo la tradizione del luogo, aveva rappresentato un appoggio durante il riposo di un uomo vissuto molti secoli prima e che, in quel momento, quella memoria era entrata improvvisamente nella mia esperienza personale.
Era come se una figura che avevo conosciuto attraverso i libri, la storia e la cultura fosse diventata, per un istante, qualcosa di fisicamente vicino.
La visita, che inizialmente non comprendevo, aveva così svelato il proprio significato.
Ero arrivato in quel convento per una necessità molto concreta: trovare una sistemazione per una convocazione lavorativa. Non avevo cercato quel luogo per motivi spirituali, né ero partito alla ricerca di una particolare testimonianza francescana.
Eppure mi ero trovato a vivere proprio lì.
E, ancora più singolarmente, ero stato condotto in uno spazio riservato nel quale mi veniva mostrata una traccia materiale collegata alla presenza di Francesco a Roma.
Solo molto tempo dopo avrei cominciato a mettere questo episodio in relazione con la storia che avevo studiato e con quelle coincidenze che, talvolta, sembrano emergere quando gli avvenimenti della nostra vita vengono osservati a distanza.
Allora non possedevo ancora le parole per interpretarlo.
Avevo soltanto la sensazione di aver incontrato, attraverso quella semplice pietra, qualcosa che proveniva da un tempo lontanissimo e che, per una circostanza del tutto imprevedibile, era entrato nel mio presente.
Oggi posso raccontare quell'esperienza, ma non necessariamente darle una spiegazione definitiva.
Ed è forse proprio questa impossibilità a renderla ancora più significativa.
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